La coltura della castagna a Casale di Pari.

La coltura della castagna si afferma in un contesto culturale definito dalla coralità degli atti e dalla reciprocità delle azioni tipiche di questa coltura, in particolare la raccolta, la seccatura del frutto e la successiva trebbiatura. La castagna ha poi i suoi protagonisti: mentre gli uomini sono impegnati nel taglio del bosco, raccoglier castagne spetta in genere a donne e ragazzi. La presenza dell’uomo si avverte, ma è limitata alla pulizia del castagneto, alla potatura dei castagni, alla manutenzione del seccatoio. La coltura della castagna non è considerata, in definitiva, un lavoro pesante. E tuttavia è importante, poichè garantisce alla comunità un integratore alimentare non secondario ed una fonte di piccolo commercio: con la farina di castagne si fa la polenta dolce, il castagnaccio, qualche marmellata;  le migliori castagne venivano vendute per essere usate nell’industria dolciaria; niente è sprecato: “quelle un pò di scarto, servivano pè suini, quelle un pò bacate, perchè venivano scelte un pò tutte: quelle più….piccolissime….. venivano date a’ suini, la componente fondamentale, storica, nella alimentazione delle nostre popolazioni …..si, ‘l suino ha sfamato tanta gente”. Il ciclo della castagna iniziava a gennaio-febbraio con la potatura del castagno, quando non era ancora diffusa la malattia dell’inchiostro”.

i potini venivano dall’Amiata, da Monticello…e un certo Santella ci potava i castagni, sembrava uno scoiattolo quando montava su…..era uno che era stato anche in galera, ma veniva qui e si teneva di conto perchè, come faceva lui, un c’erano altri. Poi, un pò si potava anche noi, insomma, un pò a tempo perso. Rinnovandolo il castagno dà i frutti belli. Eh! E’ passata la giovinezza per questi fossi”.

Si puliva il castagneto per rendere più agevole la raccolta dei frutti ma la vera e propria sagra della castagna iniziava con la raccolta “…..e poi s’incominciava a coglie. La mattina si partiva, si portava un pò di pane dietro, un pò di pane e buristo, un pochino di prosciutto, tutta questa roba che si produceva da noi, insomma: il maiale ci faceva tutto l’anno. E poi si portava le castagne cotte…oppure si cocevano là col foco, mentre si coglieva le castagne cò una bulgina….la bulgina era come una grande tasca che ci si legava a la vita; poi le bisteccole: le bisteccole erano come delle acchiappa castagne di legno che si chiappava….ma èramo così talmente abituati che si chiappava le castagne e si riempiva la bulgina, era comoda, no? E poi si svotava nel sacco, poi si pigliava la somara via via si portavano e si mettevano o nel seccatoio o nelle stanze basse…….e la sera si tornava a casa tutti contenti e c’erano sempre le castagne lesse oppure le castagne arrosto” .

Dopo la raccolta “ un giorno tutti ‘nsieme si tribbiava queste castagne: c’era una bigonza, e poi…… c’era una bigonza di legno, grossa, il doppio di un bigonzo da vino e anche tre volte, cor una doga più alta in modo che si rigirava….chi tribbiava stava sul piedistallo cor un attrezzo a mano che si chiamava nespola……era tutta addentata, di ferro, e poi era fissata nel legno e era come una vanga, si buttava giù in questa bigonza e veniva reciso tutta la buccia…..quando s’era recisa guasi tutta la buccia si prendeva queste castagne da la bigonza e si buttavano nè capistei delle donne. Il capisteo è un attrezzo ….un pianale di legno che noi ci si metteva tutte le castagne già tribbiate con questa nespola, facendole alzare e il vento gli levava la corteccia e poi si mettevano nei sacchi bianchi e si portavano col solito somaro”.

gelina sul ciuco

La coltura della castagna dura, in Casale di Pari, fino alla seconda guerra mondiale